La testimonianza di Simona Merla, dottoressa di San Giovanni Rotondo. impegnata in prima linea contro il Covid-19

L’emergenza Covid-19 ci ha assalito in maniera violenta ed inaspettata. Noi giovani medici non avevamo mai visto così tante polmoniti interstiziali e così tanto gravi. Non potremo mai più dimenticare quello che è successo, costretti a fronteggiare l’ingiustizia della morte e, troppo spesso, l’impotenza di fronte ad essa.
Verso la fine di Febbraio i pochi casi di positività al coronavirus emersi a Parma erano ricoverati in regime di isolamento presso il Reparto di Malattie Infettive. Si respirava ancora un relativo clima di tranquillità, nel mio Reparto di Medicina Interna. Ma inaspettatamente, il numero di contagi è esploso e da un giorno all’altro il Padiglione all’interno del quale si trova il mio Reparto, costituito da 4 piani, è stato interamente trasformato in un Padiglione Covid-19. Era la fine della prima settimana di Marzo.

In pochissime ore si è dovuto pensare alla riorganizzazione logistica (come individuare aree per la vestizione e la svestizione, richiedere un numero di Dispositivi di Protezione Individuali adeguato per tutto il personale sanitario) e stilare rapidamente una griglia di turni che consentisse la presenza di medici di guardia su tutti i piani.
I primi giorni sono stati caotici, carichi di preoccupazioni e amarezza. Sembrava di essere in guerra ma invece che feriti, all’ingresso del Reparto continuavano a riversarsi le barelle dei malati respiratori. In più di una occasione, visitando i più gravi, ho avuto l’impressione di stare per assistere a quel sacro e indescrivibile momento in cui un uomo esala il suo ultimo respiro.

La parte più difficile è stata, però, affrontata dai pazienti. Penso ai più giovani, che hanno dovuto convivere con la consapevolezza della propria malattia in un contesto di paura generalizzata e fomentata anche a livello mediatico, bombardati ogni giorni dalle notizie spesso allarmanti ricevute dai giornali e dalla televisione. I più anziani e coloro che erano già affetti da deterioramento cognitivo si sono ritrovati non solo catapultati in un ambiente sconosciuto ma anche completamente isolati per l’impossibilità di ricevere le visite dei propri familiari. Come se ciò non bastasse, tutti noi medici, infermieri e O.S.S, vestivamo le tute, gli occhiali protettivi e la mascherina per l’intera la durata del turno, risultando irriconoscibili gli uni dall’altri. Mi chiedo spesso cosa abbiano pensato i pazienti, soprattutto i più fragili, delle figure bianche vestite come astronauti che li assistevano, con le voci attutite e i sorrisi barrierati dalle mascherine.
Tra l’inizio di Marzo e la fine di Aprile abbiamo assistito a tante storie di dolore e vorrei raccontarne qualcuno, affinché non se ne perda il ricordo e nessuno sottovaluti quello che è successo.

Vorrei ricordare le vicende di chi ha preferito sacrificare la propria salute perché nessuno poteva accudire un caro disabile. La malattia e la morte non seguono una logica di giustizia umana o sociale. Vorrei ricordare l’espressione degli occhi di chi riceveva al telefono un “ti voglio bene”.
Vorrei ricordare i figli che sono sopravvissuti ai padri facendosi carico sia della malattia che del lutto.

Vorrei ricordare chi sembrò migliorare tanto da sembrare fuori pericolo, riempiendoci tutti di gioia. Ma poi il virus l’ha avuta vinta .

Vorrei ricordare i ragazzi in buona salute, vittime di una malattia spietata.

Vorrei però potermi ricordare anche i nomi di tutti i pazienti che sono guariti e che mi piace immaginare ora a casa circondati da quei cari che potevano sentire solo per telefono; vorrei poter descrivere la forza di coloro che hanno tollerato il casco della CPAP e che alla fine sono stati completamente svezzati dall’ossigenoterapia; vorrei potervi dire di quanti hanno dimostrato dignità, fierezza e attaccamento alla vita nonostante la difficoltà a respirare, la febbre, le mascherine dell’ossigeno e i numerosi prelievi arteriosi di sangue con i quali monitoravamo lo stato di ossigenazione del sangue.

I veri eroi di questa pandemia, sono stati loro.